

Le tecnologie che permettono di andare a modificare il DNA delle cellule hanno subito un’elevata accelerazione con lo sviluppo, intorno al 2010, della tecnologia CRISPR/Cas9. Con estrema semplificazione possiamo dire che il sistema CRISPR/Cas9 si basa sulla possibilità di tagliare un DNA target in un punto molto preciso, scelto dal ricercatore, per poi andare ad inserire, modificare o togliere, singole basi del DNA o gruppi di esse. Il risultato è una cellula, a tutti gli effetti, modificata geneticamente.
Vi vengono forse in mente gli OGM?
Tecnicamente, gli OGM derivano da tecniche di ingegneria genetica classiche che puntano ad inserire geni esogeni (provenienti da un altro organismo) nel DNA target per far acquisire alla cellula/organismo ricevente una determinata proprietà. Nel caso delle piante queste possono essere resistenza a parassiti, crescita in ambienti sfavorevoli, aumento della produttività. L’inserimento di questo nuovo gene o caratteristica nel DNA avviene in modo del tutto casuale.
CRISPR/Cas9 permette invece di modificare il genoma di un organismo senza necessariamente inserire DNA esogeno (può essere anche di sintesi o proveniente da specie sessualmente compatibili) ma anche solo intervenendo su sequenze già presenti. Inoltre, il ricercatore ha, in questo caso, la possibilità di decidere con precisione in che punto verrà inserito, eliminato o modificato il DNA target. Dalla medicina all’agricoltura, le possibili applicazioni di questa tecnologia sono molteplici e ne stiamo osservando già gli effetti con le prime terapie approvate per le talassemie o per alcune malattie genetiche rare.
Questa distinzione scientifica tra OGM e piante ottenute tramite moderne tecniche di editing genetico, per anni considerata marginale nel dibattito pubblico, diventa cruciale quando il contesto climatico evolve rapidamente impattando l’agricoltura in modo negativo. Sono decenni che l’agricoltore deve ingegnarsi come meglio può per tenere il passo con le sfide climatiche: periodi di siccità alternati a piogge devastanti, caldo estremo e nuove parassitosi, per citarne alcune. Tutti fattori che mettono sotto pressione la produttività agricola e la stabilità di intere filiere alimentari.
Nonostante differenze tecniche sostanziali, ad oggi, le piante ottenute tramite CRISPR/Cas9 (oggi indicate come TEA - Tecnologie di Evoluzione Assistita) condividono le stesse restrizioni previste per gli OGM tradizionali anche se presentano caratteristiche sostanzialmente identiche alle piante da cui sono state originate.
L’attuale rigidità regolatoria ha poco a che vedere con la scienza e molto a che vedere con l’ideologia, in un contesto culturale e politico segnato da una diffidenza diffusa verso le biotecnologie applicate al cibo.
Nel frattempo, però, gli OGM sono stati sottoposti a rigide valutazioni di sicurezza, condotte da organismi autorevoli come l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA). Parallelamente, la percezione del rischio legato al consumo di OGM in Europa è progressivamente diminuita come attestano i dati di Eurobarometro. Vuoi per una comunicazione scientifica più efficace, vuoi per l’emergere di problematiche considerate più gravi, sempre meno cittadini si preoccupano per gli OGM riconoscendo che non esistono evidenze che li rendano intrinsecamente dannosi per la salute. Questa maggiore accettazione, tuttavia, non si è tradotta in scelte politiche né tempestive né tantomeno coerenti.
Attualmente, la normativa di riferimento europea permette l’importazione di alcuni prodotti OGM opportunamente etichettati, lasciando però agli Stati membri la possibilità di vietarne la coltivazione sul proprio territorio. In Italia, ad esempio, la coltivazione è vietata (Legge 115/2015) anche se dal 2024 è possibile la sperimentazione in campo di piante ottenute con tecniche moderne (TEA/CRISPR). In Italia, tuttavia, consumiamo quotidianamente prodotti derivati da colture geneticamente modificate, soprattutto attraverso mangimi e filiere globali, ma abbiamo continuato a considerare problematica la loro coltivazione sul territorio. Non è più una questione di paura, quanto di ambiguità e ipocrisia: tolleriamo gli OGM se coltivati altrove ma non a casa nostra.
Ora, dopo oltre 15 anni di dibattito scientifico, pubblico, politico e istituzionale, la Commissione Europea è finalmente giunta ad una revisione del quadro regolatorio che di fatto differenzia le due categorie di tecniche con buona pace di tutte le associazioni di categoria e lobby ancora contrarie. In particolare, le nuove norme introducono una classificazione delle piante ottenute tramite TEA o New Genomic Techniques (NGT), in due categorie principali: NGT1 e NGT2. Le piante NGT1 comprenderanno quelle modifiche genetiche minime che potrebbero teoricamente verificarsi anche in natura per effetto dell’evoluzione, sebbene in tempi più lunghi, o attraverso tecniche di miglioramento convenzionale. Per queste piante, il percorso autorizzativo viene significativamente semplificato e non rientra più nel rigido regime previsto per gli OGM tradizionali. Le piante classificate come NGT2, invece, comprenderanno modifiche più ampie e complesse del DNA o che contengono materiale genetico proveniente da specie sessualmente incompatibili. Queste continuano a essere soggette a una valutazione del rischio più approfondita e a un quadro regolatorio più vicino a quello degli OGM classici. Un altro elemento rilevante riguarderà l’etichettatura. Questa sarà prevista solo per le sementi e per le NGT2, non per le NGT1 poiché le modifiche genetiche introdotte sono indistinguibili da quelle che si possono ottenere mediante tecniche convenzionali. Anche questa scelta riflette un cambio di paradigma: dall’enfasi simbolica sul processo, alla valutazione delle caratteristiche del prodotto.
Nel complesso, la revisione normativa non rappresenta un via libera indiscriminato alle biotecnologie, ma un tentativo di riallineare le regole a uno stato delle conoscenze scientifiche e a un contesto agricolo profondamente cambiato rispetto ai decenni passati.
Questa svolta epocale arriva finalmente per iniziare a risolvere un problema che politica ed opinione pubblica non possono più ignorare o rimandare. La differenza di atteggiamento verso l’editing genetico emerge chiaramente se si confrontano agricoltura e medicina. L’ uso dell’editing genetico in medicina è stato accolto con crescente entusiasmo, soprattutto quando si trattava di interventi salvavita. In agricoltura, invece, la stessa logica ha incontrato resistenze più forti, anche quando le modifiche non comportano l’introduzione di geni esterni e rispondono a esigenze concrete ed urgenti, come il miglioramento delle produzioni agricole senza l’uso/abuso di pesticidi, la resistenza alla siccità o allo stress termico. La disponibilità di cibo non è forse direttamente collegata alla sopravvivenza del genere umano?
Sebbene si attenda ancora l’approvazione definitiva, che dovrebbe arrivare entro il mese di marzo, il cambio della normativa va letta proprio in questa chiave. Non come un’improvvisa apertura entusiasta verso l’avanzamento tecnologico, ma come il riconoscimento dei limiti di categorie regolatorie pensate per un contesto climatico più stabile e ormai superato. Continuare a trattare l’editing genetico come un’estensione indistinta degli OGM tradizionali significa ridurre ulteriormente le possibilità di adattamento dell’agricoltura europea. Questo non implica che l’editing genetico rappresenti una soluzione universale. Le sfide poste dal cambiamento climatico richiedono interventi su più livelli: gestione delle risorse idriche, pratiche agronomiche, modelli di consumo, politiche di filiera. Ma significa riconoscere che non possiamo più permetterci il lusso di rinunciare a uno strumento efficace solo in nome dell’ideologia.
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