CHE COS’Ѐ L’AMOR: COME E PERCHЀ CI INNAMORIAMO

Un viaggio tra molecole, ambiente ed evoluzione

DIVULGAZIONE

Maria A. Principalli

2/13/20265 min leggere

Dal vocabolario Treccani:

Amore (s.m.), sentimento di viva affezione verso una persona che si manifesta come desiderio di procurare il suo bene e di ricercarne la compagnia. ‘Amore ... non è altro che unimento spirituale de l’anima e de la cosa amata’ (Dante).

L’amore è un’emozione complessa e profonda che ha permesso e continua a permettere la continuazione della vita della nostra specie. Ma come funziona da un punto di vista biologico? Come si passa dall’essere due perfetti sconosciuti a diventare una coppia affiatata?

Studiato a lungo e da prospettive diverse, dalla psicologia alla biologia molecolare, oggi sappiamo che l’amore romantico non può essere definito semplicemente come ‘stato emotivo’. Si tratta infatti di un processo dinamico che coinvolge diverse aree del cervello oltre ad una fitta rete di produzione e rilascio di ormoni e neurotrasmettitori.

L’amore può essere descritto come l’evolversi di tre fasi principali che, seppur non identiche per tutti grazie alla variabilità individuale, rappresentano comunque uno schema generale utile per comprendere il processo dell’innamoramento.

L’ attrazione iniziale è una fase caratterizzata da euforia, pensieri intrusivi verso il partner e un forte desiderio di vicinanza e connessione fisica e mentale. Molte sono le molecole che giocano un ruolo fondamentale nelle primissime fasi di una nuova relazione. Le neurotrofine sono coinvolte nella crescita di nuove connessioni nervose e sono significativamente più alte in chi si è appena innamorato e sono correlate a quegli stati ansiosi e di modifica del comportamento tipici dei momenti iniziali di un sentimento romantico. Anche il cortisolo, il famoso ‘ormone dello stress’, gioca un ruolo in questa fase poiché si pensa che aiuti a superare la neofobia iniziale (paura del nuovo) e potrebbe essere anche legato all’ansia di stabilire connessione e vicinanza con un nuovo partner. A questo stadio i livelli di serotonina sono piuttosto bassi, raggiungendo concentrazioni simili a quelle riscontrate nel disturbo ossessivo-compulsivo. Ciò potrebbe spiegare la sensazione di pensiero ricorrente e quasi ossessivo verso il partner, accompagnata da un aumento della preoccupazione e dei pensieri intrusivi. Il testosterone mostra un andamento sesso-specifico: è più basso negli uomini, forse per diminuire l’aggressività verso il partner e aumentare il focus su di esso, mentre aumenta nelle donne dove favorisce l’aumento del desiderio sessuale.

Con il rafforzarsi della connessione con il partner, spesso anche grazie all’attività sessuale, si passa ad una fase successiva in cui si forma un legame più profondo (fase di innamoramento). Interviene la dopamina, che attiva il sistema di ricompensa mesolimbico e genera una sensazione di piacere e gratificazione, condividendo alcuni meccanismi con quelli osservati nelle dipendenze. La dopamina motiva l'individuo a concentrare focus ed energie sul partner. Durante il contatto fisico viene rilasciata ossitocina fondamentale per creare fiducia e attaccamento. È quell’ormone che ci fa diventare ‘ciechi’ attenuando la percezione dei lati negativi della persona amata. La vasopressina, il cui ruolo è meno chiaro, sembra essere coinvolta soprattutto nei maschi dove pare migliori la formazione di un legame con il partner e la fedeltà.

Si arriva poi alla fase di legame stabile e duraturo. Qui ossitocina e vasopressina continuano a svolgere un ruolo centrale nel sostenere l’attaccamento nel tempo. In particolare, la vasopressina sembra essere implicata nel cosiddetto mate guarding, un meccanismo evolutivo per cui un individuo ‘monitora’ il proprio partner al fine di prevenire l’intrusione di altri nella relazione assicurando un rapporto fedele e di lungo corso. La dopamina mostra invece un duplice effetto a seconda di specifici recettori a cui si lega: attraverso alcuni recettori contribuisce alla formazione e al mantenimento del legame, mentre attraverso altri può promuovere comportamenti di difesa o aggressività verso possibili rivali amorosi. Le endorfine, infine, sembrano agire generando una sensazione di calma e benessere che aiuta a ridurre l’ansia e a mantenere un rapporto solido.

Che succede invece quando una relazione amorosa finisce?

Dal punto di vista biologico la separazione dal partner è assimilabile ad una crisi di astinenza poiché attraverso studi di neuroimaging si è visto che in entrambi i casi si attivano le stesse aree del cervello. In studi su animali monogami, la perdita del partner porta a un aumento della corticotropina, che induce comportamenti simili alla depressione e all'ansia. Inoltre, poiché il partner è stato a lungo la fonte principale di stimolazione del sistema di ricompensa dopaminergico, la sua assenza crea un vuoto che il cervello cerca di colmare. Negli esseri umani le neuroimmagini mostrano che guardare foto del partner perduto continua ad attivare il nucleo accumbens, un'area ricca di dopamina fondamentale per la motivazione e il piacere. Il cervello continua a desiderare la ricompensa chimica legata al partner nonostante la sua assenza fisica, rendendo l'adattamento psicologico estremamente difficile. E’ necessario quindi, proprio a livello fisiologico, che passi del tempo prima che il cervello si ‘riconfiguri’ e che la persona riesca a superare la perdita del partner.

Da un punto di vista evolutivo l’amore romantico condivide alcuni pathway con quello che si stabilisce tra madre e figlio. Quest’ultimo è considerato la base da cui si è poi evoluto il legame di coppia. Studi su animali e sull’uomo hanno infatti mostrato una sovrapposizione nell’attivazione di specifiche aree cerebrali coinvolte sia nell’amore materno sia in quello romantico. Pare che l’evoluzione abbia lavorato in modo da riutilizzare alcuni meccanismi che si attivano nel cervello delle madri nei confronti dei loro bambini e li abbia ‘riciclati’ per farli funzionare anche nel legame di coppia. Mentre l’amore materno è orientato alla protezione e alla cura disinteressata, l’amore romantico aggiunge la dimensione dell’attrazione sessuale, pur utilizzando un substrato neurobiologico in parte comune per sostenere legami duraturi.

Nelle aree del cervello che i due meccanismi condividono troviamo quelle coinvolte nell’attivazione del cosiddetto ‘sistema di ricompensa’ e quindi quello che riguarda il ruolo della dopamina. Un altro aspetto interessante riguarda la deattivazione di aree coinvolte nei giudizi sociali negativi (amigdala e corteccia prefrontale). In entrambi i tipi di amore, le molecole chiave restano ossitocina e dopamina. La prima viene rilasciata in modo massiccio durante il parto e l’allattamento per favorire l’attaccamento madre-figlio, mentre nel contesto della relazione di coppia contribuisce ad aumentare vicinanza e legame. La dopamina ha la funzione universale di spingere verso la ricerca dell’altro, figlio o partner che sia. Gli studi indicano quindi che in entrambi i casi ci si avvale di una serie di circuiti neuronali sovrapponibili pur mantenendo un livello di diversità specifiche legate alla funzione evolutiva di ciascun legame.

Comprendere le basi biologiche dell’amore non significa ridurlo a un insieme di reazioni chimiche, ma capire come l’evoluzione abbia lavorato su molecole, aree del cervello e vissuto personale per rendere possibile una delle forme di legame più profonde della nostra specie.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

- The Molecular Basis of Love, Jaroslava Babková, Gabriela Repiská, Int J Mol Sci. 2025 Feb 12;26(4):1533. doi: 10.3390/ijms26041533;

- The Neurobiology of Love and Pair Bonding from Human and Animal Perspectives, Sarah A Blumenthal, Larry J Young, Biology, 2023 Jun 12;12(6):844. doi: 10.3390/biology12060844.

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